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L'ARCHEOLOGIA AD ANAGNI

Casale del Dolce

Il sito archeologico di Casale del Dolce, compreso tra il corso del Rio S.Maria a NO e quello del fiume Sacco a S e SE, occupa un settore pianeggiante attestato a una quota media di 181 m s.l.m. e un altro a debole pendenza posto a SE, a una quota media di 174 m s.l.m. I due settori sono separati da una netta discontinuità.

Dall’analisi topografica si nota la presenza di aree leggermente depresse di forma subcircolare e diametro massimo di 30 m circa, con terreno scuro eluviale e colluviale ricco di sostanza organica e di reperti archeologici. La morfologia ondulata del rilievo, la vicinanza ad ambienti ecologicamente diversificati, come la vallata alluvionale del Sacco e le zone boscose dei Monti Lepini, la sua caratteristica di zona di transito sulla direttrice N-S, lungo il bacino formato dai fiumi Sacco- Liri- Garigliano, ma anche sull’asse E-O, verso le zone di pascolo e montuose ad alta quota del Preappenino hanno determinato la scelta insediamentale che si ha qui dalla prima metà del V al III millennio a.C.

In occasione della realizzazione della linea A.V. Milano- Roma- Napoli tra il ’95 e il ’97 la Soprintendenza Archeologica per il Lazio ha scandagliato l’area individuando 10 doline a forma semicircolare di colore nerastro con concentrazione di materiale archeologico. La zona di scavo è stata divisa in 5 aree(A-E) disposte su terrazzi prospicienti a diversa quota la vallata del Sacco, intaccate dalla presenza di una cava di travertino e dalla lavorazione agricola del terreno.

Nelle aree A-B-D-E sono state rinvenute strutture abitative, strutture produttive, strutture di immagazzinamento associate a fosse a botte(connesse alla conservazione delle derrate). Testimoniano attività varie i buchi di palo per lo più isolati e le fosse multiple nei cui livelli di riempimento sono state ritrovate macine e pesi in argilla per lo più discoidali. È chiaro che in queste aree si manipolarono le materie prime come dimostrano gli arredi interni, ci fu una diversificazione di lavorazione all’interno delle varie fosse, si lavorò l’argilla come denotano i forni e le fosse con piani di concotto ad essi adiacenti.

L’area C, dal canto suo, testimonia una lunga frequentazione preistorica caratterizzata dall’uso di strutture destinate a una gestione diversificata delle risorse idriche e da attività non legate strettamente alla produzione alimentare. In essa si distinguono: 2 canali(uno più piccolo risalente alla seconda metà del V millennio a.C. e uno più grande dell’inizio III millennio a.C.) e delle fosse. I canali non sembrano circoscrivere aree funzionali o estendere territorialmente le aree coltivabili. Il collegamento con il bacino lacustre e altre possibili forme di sfruttamento collettivo(lavaggio, pesca, abbeveraggio di animali, ecc..) costituiscono ipotesi plausibili come la coltivazione di orti e di piccoli appezzamenti. Le fosse erano, invece, adibite alla lavorazione delle pelli.

Per quanto riguarda il sito nella sua totalità in esso si riscontra un’economia basata sull’allevamento delle specie tradizionali(soprattutto bovini, solo in parte integrato dalla caccia al cervo e al cinghiale), sulla caccia integrata probabilmente da raccolta, sull’agricoltura(come ci attesta la presenza nelle strutture neolitiche come fosse, silos, focolari, di cereali, graminacee, leguminose provenienti da contesti "chiusi"). L’industria litica e in ossidiana( con approvigionamento da Palmarola, Lipari, con un elemento da Monte Arci) indicano l’esistenza di scambi di portata considerevole.

Lo scavo ha evidenziato più facies di frequentazione che, anche se con interruzioni,coprono un arco temporale di circa due millenni, da un momento medio del Neolitico fino alla prima età dei metalli.

La facies più antica, testimoniata da ceramica decorata a motivi lineari incisi, associata(fosse funzionali area A) a ceramica dipinta a fasce rosse, è associabile a quella Sacco ed è documentata: nella canaletta di fondazione della capanna absidata(struttura E in area B); nel cavo di fondazione e in corrispondenza dei buchi di palo della capanna(struttura A area A); nelle fosse funzionali dell’area A(silos, focolari, fosse); nell’area E. La struttura abitativa evidenzia una stabilità e una organizzazione sociale già strutturata nel lavoro. Analizzando i resti faunistici della fossa 116(area E) si notano modalità di macellazione e sfruttamento della carcassa bovina con implicazioni di carattere sociale. La caccia, vista la varietà delle specie presenti, era un’attività casuale. L’agricoltura era organizzata in coltivazioni differenziate(cereali e leguminose). La facies Sasso è databile 4860 130 a.C.

Altre aree dell’abitato testimoniano occupazioni del Neolitico più recente collegabili col Ripoli tardo(seconda metà IV- inizio III millennio a.C.). Questa è presente con l’olletta con ansa interna, vasi con bassa carenatura, le lunghe anse canaliculate, le anse con apici a cornetto in varie zone dell’abitato. Dalla struttura B(area A), caratterizzata da fosse tagliate nell’argilla proviene la datazione 4320 70 a.C.. Tutta l’area A è inoltre interessata da fosse irregolari nella forma, che forse si riferiscono a unità abitative.

La necropoli eneolitica che con le sue tombe a grotticella occupa la parte meridionale del pianoro(area A) rappresenta il momento di frequentazione dell’area in esame più tardo. Le tombe sono 8, disposte orizzontalmente e sono dotate di caratteristiche topografiche diverse: le tombe 1 e 3 sono isolate; le tombe 5,6,7,8, raggruppate a distanza di pochi metri le une dalle altre. Particolare è la tomba 4,a botte, con resti di 3 adulti e 1giovane, scheletri di 2 suini giovani e mandibola di suino adulto, coeva al resto della necropoli. L’intrecciarsi di elementi di facies diverse(Rinaldone, Gaudo, Laterza), l’omogeneità degli ipogei ci fanno pensare che l’area assunse caratteristiche sue proprie e solo in parte fu debitrice verso le influenze esterne. La necropoli ha affinità con quella di Torre Spaccata(2740 240 a.C.) e con quella di Castel Baronia(2450 75 a.C.).

  


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