La presenza in Anagni del Papato itinerante

di Gioacchino Giammaria

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Dopo Alessandro IV occorre attendere il 1294 e che un papa anagnino salga sul soglio pontificio per rivedere la curia romana ad Anagni. Da Urbano IV ( 1261-4 ) a Celestino V ( 1294 ), per trenta anni nessun papa è stato, anche per poco, nel Lazio meridionale ed in Anagni: è la volta del Lazio settentrionale. Solo Onorio IV si reca a Tivoli, ma nessuno scende più a sud. Un motivo ci sarà se Anagni non viene considerata, forse le cause stanno proprio nei fatti che avevano tenuto, e vi terranno Bonifacio VIII, papi come Innocenzo III, Onorio III, Gregorio IX, Innocenzo IV e Alessandro IV per lungo tempo nelle parti meridionali dello Stato della Chiesa: esistevano forti interessi politici e personali. Con la scomparsa degli Svevi non era più necessario stare sul confine; i papi del secondo Duecento non avevano alcun interesse alle province di Campagna e Marittima, e, molto probabilmente, erano portatori di altri interessi ed altre clientele.

Comunque sotto questi pontefici non mancano cardinali, cappellani, suddiaconi, notai, giudici di curia, incaricati di funzioni minori, provenienti da Anagni che continuano a ricoprire importanti cariche religiose e civili ( 35 ); gli stessi papi intervengono negli affari locali con frequenza apparentemente non minore di quella dei loro predecessori, ma qualche episodio fa pensare ad un distacco velato dal ceto dirigente campanino ( 36 ).

BenedettoCaetani ( 37 ) era molto legato alla sua città natale, lo si nota già nel viaggio da Napoli a Roma, non appena eletto papa, ma non ancora consacrato, volle fermarsi ai piedi della collina anagnina per ricevere l’omaggio dei concittadini; nello stesso anno ritorna in Anagni dalla primavera fino all’autunno. Tale costume fu mantenuto per sette dei nove anni del pontificato; solo nel 1297 e 1298 Bonifacio è, rispettivamente, ad Orvieto e Rieti.

Se Bonifacio VIII torna ad Anagni da papa, da cardinale non aveva mai smesso di occuparsi della città originaria, anche perché, a partire dal 1276 ne è vescovo lo zio Pietro ( 38 ). Il vecchio prelato ha un ruolo centrale nell’ascesa della famiglia, avendo protetto e favorito il nipote e sicuramente ha messo a disposizione i mezzi serviti ai Caetani per distinguersi ( 39 ). Si deve però a Benedetto, alle sue straordinarie capacità, l’aver asceso le scale della carriera curiale e aver fatto conseguire alla famiglia lo status feudale con l’aquisto di Selvamolle ( 40 ). I Caetani, quindi, da famiglia di milites, una fra le tante che si moltiplicano nell’Anagni di metà Duecento, come appare vistosamente dalla documentazione, ascendono al rango feudale, ma è sempre la carriera curiale di Benedetto e la presenza dello zio, vescovo cittadino, a farne la famiglia egemone in Anagni negli ultimi decenni del secolo XIII. La rilevanza dei Caetani non si coglie dal controllo degli organi pubblici, ma emerge andando ad esaminare il tessuto sociale: ad esempio il card. Benedetto fa rilasciare da papa Niccolò IV una lettera, datata 13 febbraio 1290, a favore del chierico Blasius Johannis e diretta al vescovo perché gli faccia ottenere un beneficio nella chiesa anagnina di S. Andrea, contro tutte le disposizioni canoniche e gli statuti della chiesa. Le note dorsali ci informano del ruolo svolto dal cardinale e dal fratello del cardinale, Roffredo, a cui si deve consegnare il documento. Tutta la famiglia è coinvolta in uno dei tanti episodi di clientelismo locale ( 41 ).

Il mumero dei cenobi anagnini è giunto quasi alla massima espansione ed è aumentato rispetto alla situazione di metà Duecento con non poche e significative novità.

Il monastero di S. Pietro di Villamagna è in forte crisi: testimonianze si ritrovano nel numero sempre più esiguo dei monaci residenti in convento e dalla ingerenza pontificia nell’elezione dell’abate ( 42 ). Il colpo terminale è dato da Bonifacio VIII: nel 1297 annette il monastero alla cattedrale, concedendo alla chiesa matrice anagnina l’intero patrimonio monastico ( 43 ). Con quest’atto il cenobio cessa nelle sue funzioni.

Degli altri conventi c’è da segnalare il definitivo inurbamento dei francescani, che ottengono da Bonifacio VIII le chiese di S. Matteo e S. Stefano de Portario; la prima fu scambiata con i guglielmiti, appunto trasferiti a S. Francesco, ma del trasloco nulla si conosce, probabilmente i guglielmiti posti fuori città abbandonarono Anagni ( 44 ). In questo modo, i francescani conquistaro una nuova più importante posizione, seguendo la tendenza all’inurbamento dei loro conventi di Campagna. Altre novità sono l’insediamento dei celestini, avvenuto intorno al 1266-1270, ai confini tra Anagni e Ferentino ( 45 ), la documentata esistenza del monastero benedettino femminile di S. Margherita a Fusano, la cui attestazione più antica risale appunto all’ anno 1300 ( 46 ). E’ probabile che l’altro monastero bendettino femminile di S. Cecilia, il cui documento più antico risale al 1317 ( 47 ) sia stato fondato proprio in quest’anno nei quali papa Caetani opera vigorosamente in Anagni a favore della regola benedettina. La prova di questo "favore" verso i declinanti benedettini sta appunto nella presenza di più istituzioni che si richiamano alla regola di Benedetto da Norcia; la trasformazione di S. Giorgio ad montes da una probabile collegiata di sacerdoti secolari in monastero benedettino maschile a me sembra la prova più convincente ( 48 ). I domenicani hanno già completato la loro chiesa dedicata a S. Giacomo, del convento nulla si conosce. La grangia di S. Bartolomeo, appartenente ai certosini, non può essere considerato un vero insediamento monastico ma solamente un punto di riferimento dei monaci di Trisulti per l’amministrazione dei beni anagnini ( 49 ).

Alla fine del Duecento, lo sviluppo della cattedrale non cessa in quanto, se l’edificio nei suoi corpi principali, la chiesa, la cripta, le sacrestie, il palazzo epicopale e dei canonici, il campanile, è completato, verso gli ultimi decenni si arricchisce della nuova cappella dei Caetani. Essa è precedente all’assunzione al trono pontificio del card. Benedetto, forse si tratta di una realizzazione dello zio Pietro, visto e considerato che è il personaggio più eminente ivi sepolto. I lavori di decorazione risalgono al Trecento ( 50 ). Sulla decorazione interna della cattedrale poco conosciamo, essendo andata perduta nei lavori del Seicento; i lacerti presenti consentono di affermare che fra Duecento e Trecento la chiesa, probabilmente nella sua interezza, era affrescata.

Il grande pontefice di Anagni, Bonifacio VIII, interviene a pié sospinto nella cattedrale, diventata quasi la sua chiesa dal momento che la dota di un importante corredo di paramenti liturgici consistenti in pianete, dalmatiche, tuniche, piviali, dossali, panni, tovaglie, calici, candelabri, croci, vasi, immagini, pettorali, tutti preziosi, costruiti con materie diverse, provenienti da molte parti del mondo e sicuramente donati alla cattedrale di Anagni per realizzare fastose cerimonie liturgiche papali ( 51 ).

L’altro importante intervento pontificio per la cattedrale riguarda la divisione della mensa comune tra vescovo e canonici. Ad Anagni, forse per fedeltà al progetto di riforma della chiesa portato avanti dai papi e vescovi riformatori nei secoli XI e XII, iniziativa che aveva avuto la sua culla proprio nel Lazio meridionale, c’era la sopravvivenza della vita comune fra vescovo e canonici addetti alla cattedrale. A causa di questo possesso e gestione comune delle proprietà si erano verificati diversi conflitti fra le due parti, mai sanati. Nel 1301, Bonifacio VIII divide le mense dei due contendenti stabilendo una precisa distinzione nei beni e partecipazione alle spese comuni. Nello stesso tempo dà al capitolo un' organizzazione interna autonoma dall'autorità del vescovo, istituendo un responsabile del capitolo, il preposito, incaricato di dirigere la vita del corpo canonicale e di occuparsi delle faccende civili e temporali. Ed è lo stesso papa a designare il primo proposito, Oddo Spata, la cui famiglia è di stretta osservanza caetana ( 52 ). Un curioso residuo della situazione anteriore alla divisione è un’anonima memoria sulle razioni alimentari che il vescovo doveva distribuire ai canonici ( 53 ).

Il patrimonio fondiario della cattedrale era cresciuto di molto ed il punto della situazione è fatto nel 1294, in periodo di sede vacante, quando il vescovo Pietro ed il capitolo commissionano una generale ricognizione dei beni. Si tratta di un codice, redatto dal notaio Fazio mansionario della chiesa anagnina, composto da due fascicoli con l’elenco delle possidenze rustiche e dei feudi ( 54 ). Si tratta di vasti possedimenti, in massima parte giacenti nel territorio di Anagni ma anche in Acuto, Vicomoricino, Porciano, Anticoli ( oggi Fiuggi ), nonché dei diritti feudali in Filettino, Trevi e Vallepietra, tutti sul versante ernico, con qualche appezzamento nel territorio della vicina Ferentino. La proprietà è composita; molti sono i terreni, e vi sono tantissimi casali, chiese rurali con le loro possessioni, e poi borghi e feudi. L’inventario è stato redatto prima della grande acquisizione di S. Pietro di Villamagna, avvenuta nel luglio del 1297. In questa operazione, al di là di tanti altri significati, si viene ad attuare uno spostamento degli interessi economici della cattedrale dalle aree montane ai territori planiziari della Valle del Sacco.

Si nota un affollarsi di istituti ecclesiastici in una città in impetuoso sviluppo tanto che, ad un certo punto, si avverte la necessità di un riordino degli istituti parrocchiali dipendenti dal vescovo, maturato intorno al 1280. Il vescovo Pietro designa una commissione incaricata di delimitare i precisi confini delle ventitré parrocchie cittadine ( 55 ) oltre le quali esistono altre chiese non incaricate della cura animarum, fra cui quelle degli ordini religiosi. Il documento è importante perché ha dato la possibilità di conoscere precisamente la topografia cittadina ma soprattutto è la prova tangibile della crescita demografica di Anagni.

Verso la fine del Duecento, più o meno nel periodo in cui comincia la preponderanza dei Caetani, troviamo la fondazione degli ultimi due ospedali: S. Trinità e S. Reparata, ambedue gestiti dagli ospedalieri di S. Spirito in Saxia. Anche questa iniziativa si deve ad un de Comitibus, Nicola, cappellano pontificio e nipote di Gregorio IX, il quale nel 1264 aveva lasciato un terreno a Portario per tale istituzione; il desiderio di Nicola è stato sicuramente esaudito poiché nel 1290 alla chiesa di S. Reparata vengono concesse indulgenze da Niccolò IV ( 56 ). Non escludo che la consorteria de Comitibus tenti di completare il progetto di dotare Anagni di un ospedale ad ogni porta principale, confermando così il ruolo della famiglia.

Il comune cittadino, dopo le turbolenze della rivolta ghibellina del partito svevo, di cui furono animatori i parenti di Gregorio IX, gesto che può anche essere inteso come reazione consapevole al decadimento della famiglia ed alla sua retrocessione dal ruolo egemone goduto per molti decenni nelle province pontificie del Lazio merdionale ( 57 ), è ancora dominato dalle grandi famiglie anagnine e campanine, de Comitibus in testa, ma non sembra svolgere più alcuna funzione politica rilevante; nel corso del ventennio bonifaciano scivolerà nelle mani del partito caetano e, da allora in poi, sarà suo fedele alleato.

Sul piano istituzionale c’è la novità dei conservatores bonus status, organo collegiale confermato da Bonifacio VIII il 28 ottobre 1296 e composto da sei membri, tre milites e altrettanti pedites ( 58 ); si tratta in apparenza di un organo che dovrebbe sancire l’equilibrio fra le due classi portanti della società anagnina, perché incaricati di conservare la pace, le istituzioni, le consuetudini e le tradizioni, probabilmente è un organo che rafforza il partito popolare ed i Caetani per il cambiamento degli equilibri interni ai milites. Nello stesso tempo mi pare si sancisca il superamento dell’antico ordinamento consiliare designato direttamente dalle carcie, in quanto si fa direttamente riferimento alla suddivisione sociale, consolidata da una secolare distinzione.

Sul piano economico, occorre rilevare che il quadro presenta una situazione di fondo in cui l’agricoltura è predominante. L’economia mercantile non pare si sia sviluppata, dimostrando con ciò che fattori estranei ne hanno favorito il momentaneo sviluppo: la committenza ecclesiastica, curiale e dei baroni per lo più; l’edilizia non cessa del tutto per la presenza di grandi cantieri, dovuti, questa volta, ai progetti dei Caetani, i quali, acquisiti edifici nella contrada Castello, costruiscono un loro insediamento a nord della cattedrale imperniato su diversi palazzi: del papa, del nipote marchese di Caserta, della curia, quest’ultimo forse suddiviso in più fabbricati. Tale polo si colloca in un cantone del quartiere a cerniera fra la città bassa, ed un gruppo di edifici appartenenti ai milites ( 59 ). Il palazzo papale sembra corrispondere all’attuale Palazzo di Bonifacio VIII, mentre la residenza del sommo pontefice pare essere l’attuale Palazzo Traietto ( 60 ). Il quartiere dei Caetani quindi ha assunto nel breve giro di pochi anni un carattere sontuoso, è situato in una zona di cerniera, svolgendo un ruolo cruciale nelle comunicazioni interne alla città ed ha una sua porta di riferimento: Porta Tufoli, che immette nella Valle del Rio ed ai percorsi montani ( 61 ); allo stesso tempo, pur stando nell’area sommitale, vicino alla cattedrale e alla rocca cittadina, la zona si pone nelle immediate adiacenze del potere politico civile ( 62 ).

La società anagnina rimane sostanzialmente la stessa; divisa fra milites e pedites, come confermano le fonti ( 63 ), non si nota alcun ruolo dei ceti mercantili ed artigianali. I milites sono aumentati a dismisura, soprattutto per inurbamento, anche se non si esclude l’ascesa sociale di famiglie di proprietari fondiari e di hominesecclesiae, favoriti dalla preponderanza ecclesiastica e dalla politica papale.

Si è più volte accennato alla presenza di Bonifacio VIII in Anagni e, proprio riferiti al suo pontificato, possediamo le uniche testimonianze dirette sul viaggio e sulla permanenza di un papa fuori Roma ( 64 ). Come è noto, da molto tempo le fonti di epoca bonifaciana sono conosciute perché testimonianza dell’uso terapeutico dell’ acque fiuggine ( 65 ) ma solo con l’edizione Schmidt del Libri rationum camerae Bonifatii VIII ( 66 ) abbiamo a disposizione l’edizione dei testi e quindi la possibilità di ricavare un quadro più ricco. Sappiamo quindi che la corte pontificia è composta da diverse centinaia di persone, ha al seguito un numero imprecisabile di mercanti, faccendieri, ambasciatori e tante altre figure. Il corteo che accompagna il papa è molto composito: da un lato cappellani, suddiaconi, sacerdoti e chierici, dall’altra domicelli, giudici, notai, soldati e la famiglia bassa con scudieri, cucinieri, stallieri e addetti alle camere. Oltre alla corte c’è la curia con cardinali, prelati, ecclesiastici e funzionari addetti a cancelleria, camera, ed altri uffici, ciascuno dotato di propria familia. Presumibilmente più di cinquecento persone giungono in Anagni annualmente e si può subito pensare che non ci siano problemi di alloggio per la presenza di palazzi papali, dei Caetani, del vescovo e dei canonici o dei parenti di molti curali. Ma è altrettanto possibile che parte del seguito viva in città; sicuramente i mercanti non direttamente legati alla curia e corte, certamente molti faccendieri e quanti si recano in Anagni straordinariamente. Non abbiamo prova alcuna nei documenti locali su questa residenzialità; indirettamente possiamo pensare ad un incremento stagionale per certi contratti di fitto di case ( 67 ) e per i numerosi censi su abitazioni in possesso della cattedrale, sparsi su tutta la città ( 68 ) ma si tratta di labili indizi. Un effetto diretto della presenza di papa Bonifacio è l’afflusso di forestieri, ambasciatori, regnanti e personaggi diversi, obbligati a dirigersi verso Anagni per i lunghi periodi di residenza tenuti dal pontefice. Anche in questo caso da un lato c’è sicuramente una crescita d’immagine per la città e dall’altra il problema di trovare ospitalità, in molti casi degna della persona, e per le frotte di visitatori. Non si può pensare che tutti siano ospiti dei palazzi papali, ma sicuramente esiste un’ organizzazione privata peralloggiare, di cui sono flebile traccia le diverse osterie presenti nel territorio di Anagni o nelle sue immediate vicinanze nell’età moderna ( 69 ).

Un altro effetto diretto di questa consistente presenza si riversa sul mercato per l’approvvigionamento delle derrate alimentari e dei rifornimenti per la curia, corte e familiae pontifice, cardinalizie, dei prelati e del seguito. Se solo si pensa ad un numero superiore a cinquecento persone, giunte in Anagni per il periodo di soggiorno del papa, si ha la sensazione di una grande crescita del fabbisogno e quindi della domanda e del commercio locale. Dai Libri rationum camerae siamo informati di quello che si consuma e di alcuni luoghi di produzione ( 70 ), Dalle annotazioni amministrative risulta chiaramente che la curia ha una duplice fonte di approvvigionamento: da mercato distanti fa venire oggetti di lusso e vino greco, dal mercato locale, Anagni e Trevi vengono esplicitamente menzionate ( e quindi dobbiamo pensare all’intera zona circostante in special modo dai feudi papali o dei Caetani o dalle terre di proprietà ecclesiastica ) provengono i generi di consumo ordinari come grano. farina, orzo, spelta, vino comune, frutta, pesci e così via. I prestatori d’opera, coloro che lavorano per la corte e la curia, sembrano per lo più collaboratori fissi, provenienti dalla residenza papale romana, fra i quali molti saranno oriundi della Campagna e Marittima; dei tanti nominati, e fra i molti salariati, non si esclude qualcuno ingaggiato sulla piazza anagnina.

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